Racconta Catania – La Certosa Abbandonata

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LA CERTOSA ABBANDONATA DI CATANIA

Forse non tutti sanno che a Fossa della Creta, alle spalle del cimitero di Catania, restano le tracce dell’unica certosa di Catania: Santa Maria di Nuovaluce, sorta intorno ai resti di una chiesa che la tradizione vuole eretta all’indomani del terremoto del 1169.

Si narra che i superstiti del sisma, in fuga per cercare rifugio, udirono risuonare una voce dal cielo che consigliava loro di salvarsi salendo in cima a una collina, dove apparve prodigiosamente un bagliore. In questo luogo ritrovarono, nella grotta da cui giungeva la luce, una splendida icona orientaleggiante raffigurante la Madonna orante, che probabilmente qualcuno aveva nascosto lì per evitare che fosse rubata dai Saraceni. Per questo motivo venne eretta la chiesa di Nostra Signora di Nuova Luce, intitolata all’icona.

Due secoli dopo, Artale Alagona – condottiero che sconfisse i francesi durante i Vespri – decise di costruire un monastero e di affidarlo all’ordine dei Certosini, perché ai tempi era segno di grande prestigio. Una piccola comunità di circa trenta monaci si stabilì così a Fossa della Creta a partire dal 1370. Ma quella si rivelò un’area malarica. Poco più di dieci anni dopo la fondazione, infatti, i monaci certosini sopravvissuti all’epidemia abbandonarono la struttura per trasferirsi sull’Etna e lasciarono il posto ai benedettini.

Il secolo dopo arrivarono la colata di lava del 1669 e il terremoto del 1693. Superato indenne il primo fenomeno naturale, nel secondo caso l’abbazia ebbe bisogno di un importante restauro; nel frattempo il monastero passò ai carmelitani scalzi, fino a quando il regime sabaudo non acquisì i beni ecclesiastici. L’abbazia venne così abbandonata, e finì per essere adattata in complesso di stalle e ricovero per cavalli e mucche. Oggi, della certosa restano un grande cortile con il pozzo saraceno, la lunga schiera di celle e la chiesa di Santa Maria di Nuovaluce, impraticabile a causa dei fitti cespugli di rovi.

Alcuni frammenti marmorei del cenobio trecentesco, tra cui la stessa lapide di fondazione, sono stati recuperati e destinati al museo civico Castello Ursino, dove sono ancora conservati, mentre l’icona della Madonna si ammira oggi al museo Diocesano.

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